titolo originale:
La sobrietà
regia di:
cast:
Michele Venitucci, Eva Basteiro-Bertolí, Francesco Zenzola, Amanda Lear, Carmen Russo, Cloris Brosca, Cosetta Turco, Flora Contrafatto, Shaila Esposito, Julieta Marocco, Giovanni Prisco Maria Rosaria Vera, Simone Di Matteo, Chiara Fenizi
sceneggiatura:
fotografia:
montaggio:
scenografia:
Francesca Roberto
costumi:
musica:
Eva Basteiro-Bertolí, Bartira, Terranima, Gianluca Bergomi
produttore:
produzione:
paese:
Italia
anno:
2025
durata:
80'
formato:
colore
uscito il:
27/04/2026
Rodrigo, un regista visionario, reduce da una delusione professionale con la spietata produttrice Italia Martinelli, incrocia sul suo cammino l’actor coach Kimba, una figura inafferrabile del cinema italiano. Kimba è una controversa preparatrice di attori, direttrice di casting, personaggio istrionico e misterioso che ha inventato un suo particolare metodo. Quando incontra Rodrigo, lo ingaggia per registrare le sue lezioni. Con pratiche ridicole e manipolatorie, la donna dalle origini spagnole, tiene in pugno un gruppo di attrici disposte a tutto pur di avere successo e varcare le soglie del grande cinema. Tra le più fedeli del “Metodo Kimba” ci sono l’aspirante interprete Montevergine Brando, la popolare Renata Marocco, la sofisticata signora del teatro Mela Kongakis e la regina delle telenovelas, la brasiliana Lorena Mortega. Rodrigo, con l’aiuto di Cornelio, uno sceneggiatore finito anche lui nella trappola di Kimba, decide di realizzare un documentario per scoprire la verità sulla sua vita e smascherare tutte le contraddizioni del Metodo. Le testimonianze di tutti i personaggi che orbitano attorno al radar di Kimba, si rincorrono e si intrecciano con le scene del passato in un vortice delirante di commedia e giallo. Vengono scomodate ex attrici, vecchie glorie, artiste e influencer, un produttore mafioso e addirittura Suor Maria Loreta, guida spirituale di Kimba. Quando all’orizzonte appaiono le nuvole nere dello scandalo e della rivolta, la storia prende una piega noir inaspettata, mentre si fanno labili i confini tra realtà e finzione.
NOTE DI REGIA:
La sobrietà di sobrio non ha nulla. È un film registicamente facile da interpretare: per la sua natura metacinematografica è una grande nota di regia. L’idea proviene da tre input creativi: raccontare in modo iperbolico una parte del mondo del cinema e dinamiche che ho osservato e vissuto in prima persona, esplorare senza pormi limiti alcune “biodiversità” umane nella loro natura ipertrofica e crearmi l'opportunità di realizzare un manifesto libero, visivo e contenutistico, del mio linguaggio. In un primo momento la storia nasceva con una struttura più tradizionale poi, data la totale libertà produttiva e indipendente, la narrazione ha preso una piega indomita che ha virato verso l’impostazione del mockumentary. Da una parte, è una storia che racconta la manipolazione e la fragilità di alcuni ambienti, dall'altra, in senso più ampio, la dicotomia tra finto realismo (sempre più preponderante nell'era dei social) e la fantasia, quella classica, sana, sfrenata. È quella, a mio parere, che ha il vero potere di far crollare il confine tra verità e finzione. Da regista “controllatore” mi sono ritrovato controllato dalla mia stessa fantasia, quella più selvaggia e adolescenziale. È stato catartico e liberatorio. Che bella parola e che bel concetto quello della “sobrietà”! Ispira una sensazione pacificante di fiducia. Per alcuni è la chiave del successo commerciale e anche della bravura attoriale, come viene sotteso nel film. È una parola che presagisce storie equilibrate e compiacenti, personaggi rassicuranti, una rappresentazione realistica e misurata. In questa storia non c'è nulla di tutto questo. Il titolo del film contraddice in toto ciò che si vede. D’altra parte noi animali sociali molto spesso parliamo e operiamo in modo diametralmente opposto alla direzioni dei nostri pensieri. Il mio gusto non è sobrio. Si muove verso l'universo dell'insolito e del grottesco perché è ciò che mi affascina di noi esseri umani, quando e soprattutto il nostro tentativo è quello di apparire vincenti, coerenti e socialmente integrati: “sobri”. Il grottesco, invece, mi sembra l’aspetto più vero che abbiamo, ma anche, forse, quello di cui abbiamo più timore. È un film corale, di espressionismo plurale, i personaggi hanno identità talmente marcate da risultare confuse, provenienze sfumate, lingue inventate. È stato difficile assegnare un genere: il caso noir in chiave ironica lo rende una commedia nera, la tecnica lo traghetta nel mondo del finto documentario (senza distinzione fotografica tra “docu” e fiction), l'atmosfera allucinatoria può sviare verso il surrealismo. Eppure sarei tentato di definirlo un film realista. Più verosimilmente è un film camp. La frammentazione è la caratteristica strutturale che definisce la storia, una chiave estetica necessaria per questo film che ho montato in prima persona. L'artificio di finzione c'è e si vede, e rifugge dal naturalismo dell'immagine pura. In questo senso preferisco l'inverosimile dichiarato all'imitazione di ciò che ci circonda. C'è una preponderanza dell'universo femminile, un mix di iconografie che mi sono care, e che, per mia natura, mi viene da rappresentare sempre nella cornice dei sud del mondo, quella euromediterranea, dai rituali meridionali, dagli scenari mitici e decadenti, contrastanti e difettosi. C'è la mia pugliesità e il tropicalismo, più effetto che causa. Insomma registicamente c’è poco mistero: nel film è chiara la mia estetica e la mia visione, quella che ho sul cinema, sui metodi e su alcune figure e dinamiche del settore. La sobrietà, per me, è un film pazzo e sincero, esplicitamente molto personale, una dichiarazione d'intenti.