La stanza

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La stanza

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La stanza

titolo originale:

La stanza

titolo internazionale:

The Guest Room

sceneggiatura:

fotografia:

produzione:

paese:

Italia

anno:

2020

durata:

86'

formato:

colore

uscito il:

04/01/2021

Un thriller psicologico che va a scandagliare l'animo e i segreti di tre personaggi: Giulio (Guido Caprino), Stella (Camilla Filippi) e Sandro (Edoardo Pesce).
Una storia tesa e affilata come una lama in cui la posta in gioco non potrebbe essere più alta.
La mattina in cui Stella decide di togliersi la vita, alla sua porta bussa uno sconosciuto che sembra conoscerla fin troppo bene. Quando poi in casa arriva anche Sandro, l'uomo che ha spezzato il cuore di Stella, una situazione già complicata si trasforma rapidamente in caos: Giulio, lo sconosciuto, sembra intenzionato a portare alla luce tutti i segreti della casa.
Chi è Giulio? Cosa nascondono Stella e Sandro?

NOTE DI REGIA:
Dracula - “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti”.
L’alba di una mattina come tante.
Stella (Camilla Filippi) indossa il suo abito preferito, quello che ha indossato il giorno del matrimonio, la mattina che decide di lanciarsi dalla finestra. Mentre fuori diluvia il volto della donna è assente, sospeso in un equilibrio ormai precario che di colpo viene spezzato dal suono del campanello, uno squillare incessante e fastidioso che la risveglia dalla trance. Una speranza la rianima e di colpo la donna corre ad aprire la porta.
Ma quella speranza dura poco perché alla porta c’è uno straniero che dice di chiamarsi Giulio (Guido Caprino).
Un uomo che viene da lontano e che ha prenotato la camera degli ospiti per quella notte. In un’altra situazione o condizione Stella lo manderebbe via ma quando Giulio le dice che sta aspettando Sandro (Edoardo Pesce), il marito di Stella, di colpo quella speranza si riaccende e lo straniero viene fatto entrare e portato nella camera degli ospiti.
Ma chi è Giulio? A chi Stella avrà spalancato le porte della propria casa? E quali segreti nasconde quel luogo?
La Stanza è un thriller psicologico con sfumature horror che si muove su rapporti ed equilibri famigliari delicati che vanno a svelare e rivelare, minuto dopo minuto, novità e colpi di scena. Difficile non spoilerare raccontando intenti e necessità che stanno alla base della scrittura di questo film ma molto del cuore de La Stanza è racchiuso nel suo finale.
La casa da sempre è uno dei teatri principali dei racconti di genere. In particolare di quelli famigliari. Psycho, Shining, The Others, Get Out, sono alcuni degli esempi più importanti del racconto in interno, del dramma da camera, perché da sempre sono il luogo naturale del confronto/scontro tra parenti. Perché di famiglia parla questo film, dei rapporti tra coniugi e in particolare di quelli tra figli e genitori.
Con lo scenografo Max Sturiale e l’art director Adriano Cattaneo abbiamo lavorato sul definire il più possibile l’identità del nostro micro-mondo. Ci siamo ispirati al design morbido tipico dell’art nouveau senza però creare una casa totalmente liberty perché comunque l’identità del mondo non doveva fagocitare i nostri personaggi ma amplificarne le caratteristiche profonde e personali. Questa casa è come un personaggio che dorme da tantissimo tempo, un vecchio coperto di rughe, pieghe, stinto dagli anni e dai dolori del tempo che gode di una bellezza sfiorita, passata, aggredita dalle scosse della vita che lasciano segni, cicatrici dentro e fuori, sulle pareti, sui pavimenti, sulle vetrate. Perché questa casa è la nostra famiglia, è la famiglia di tutti.
Una famiglia ferita, a pezzi, storta, con cicatrici che solcano le pareti in profondità e attraversano da piano a piano la palazzina. È una bolla fuori dal tempo, a tratti una gabbia. Che sopporta la pressione di una tempesta fuori (e dentro). Il tempo e la pioggia. Perché questa casa scricchiola, si muove, come una nave nella tempesta… e respira.
Il tempo, da sempre veicolato nell’immaginario comune dall’acqua, in questo film scorre in modo strano, fateci caso, sommerso e travolto proprio dall’acqua. E fate caso a come le atmosfere sonore e musicali (le musiche sono di Giorgio Giampà) cerchino di raccontare il “viaggio di una nave” nella tempesta in una giornata molto particolare. Una “giornata”, non una nottata. Perché se è vero che i mostri arrivano di notte, il vero problema è quando rimangono con te anche di giorno.
Essere moglie - madre - donna… ed essere figlio.
Essere figlio significa avercela con i genitori per tutte le colpe del mondo fino a quando non cresci e inizi a fare la tara a queste colpe. Inizi a perdonarli un pochino di più e ti rendi conto che in fondo, anche se hanno sbagliato qualche cosa e che magari non cambieranno mai, forse hanno tanto in comune con quello che sei tu oggi.
Essere genitori, essere figli, essere marito e moglie… perché è anche dell’“essere qualcosa” che cerco di parlare in questo film. Cosa significa trovarsi a interpretare un ruolo nella società? Si può essere tante cose, si può indossare tante maschere, perché si tratta di un percorso che possiamo augurarci, prima o poi, arrivi a portarci a una scelta attiva per quello che vogliamo realmente essere.
Il film si apre con una donna in abito da sposa, sulla finestra, che sta per uccidersi. Perché questo è il film: una persona, schiava, intrappolata in un ruolo del quale non è consapevole, che vuole morire per amore.
Ricordo ancora quando Massimo Cantini Parrini mi propose di vestire Stella con l’abito da sposa. Una proposta meravigliosa che interpretava alla perfezione l’esigenza della storia, del personaggio. Perché questo è il percorso di Stella, la nostra protagonista: rendersi conto che forse non ha senso uccidersi per amore.
Perché è di per sé un tragico equivoco. Perché di amore non si muore.
Ma questa storia è anche un appello - anche questo semplice - ai figli e ai genitori. Noi adulti abbiamo il dovere di imparare dai nostri errori, di capire cosa sbagliamo, per il bene dei bambini che vivono con noi. E per i figli, ormai adulti, di fare il possibile per non dare per persi i propri genitori. Mai. Non dobbiamo perdere la speranza. Anche perché ricordate che tutti noi potremmo avere un potenziale Giulio nella stanza accanto…
ma di Giulio non posso parlare.
Questa storia nasce tanti anni fa e, come Dracula, ha veramente attraversato gli oceani del tempo, passando da una produzione all’altra per differenti motivi, fino a quando non è arrivata in Lucky Red che ha saputo andare oltre le difficoltà del momento storico, scommettendo su un film tanto anomalo. Un progetto di genere ma con una necessità intimista spiccata… che è un po’ la mia cifra di raccontare storie, cioè quella di parlare a più persone possibile in contesti di genere, condividendo emozioni universali in avventure uniche.
Il film nasce da un progetto documentario sugli Hikkikomori (i ragazzi che si chiudono in casa e si escludono dalla vita) che si intitolava “Chiusi in casa”. La Stanza ha oggi poco in comune con quello che era, come capita spesso per le storie che si realizzano. Ma il piccolo seme che sta all’origine è proprio quello e nasce appunto in una piccola camera chiusa a chiave. Quella che diventerà poi la stanza del film e che gli dà il titolo.
È curioso pensare come proprio questo progetto abbia preso vita durante la quarantena del 2020. Non credo alla fortuna o alla sorte ma alcuni segni sono inspiegabili e forse sono indice di come alle volte la vita segua un percorso molto strano. Lo abbiamo sviluppato in call su Zoom (come tanti progetti ormai) e poi, appena possibile, abbiamo corso come pazzi per costruire il set nei teatri di posa di Videa.
Il film è stato girato in 17 giorni e montato in un mese (anche perché in contemporanea stava iniziando la preparazione di Christian - serie original Sky e Lucky Red che sto dirigendo in questi mesi e della quale sono anche showrunner). Gli addetti sanno quanto questi tempi siano fuori dalla norma, dagli standard cinematografici, ma in questo caso eravamo tutti consapevoli e consci di come questo progetto non potesse essere fatto in altri modi. Perché è sempre stato un progetto piccolo, pensato per essere intimo e famigliare.
Questi 17 giorni sono stati intensi come la scalata di una montagna, con tappe sempre più ardue fino all’arrivo alla vetta. Abbiamo girato seguendo un criterio il più possibile in sequenza (criterio che ti porta a seguire l’ordine reale della narrazione della storia), dando priorità a quelle che reputavamo le scene principali per intensità - penso ai pianosequenza di oltre dieci minuti con Stella e Sandro legati a tavola - e per complessità di messa in scena, come quelle action o con la presenza dei vfx o degli special fx (Dalia Colli ha seguito il make up e gli effetti speciali). Scene come queste (penso in particolare a quella della tortura) hanno messo a dura prova la tempra dei tre interpreti, portando spesso la temperatura emotiva del set a un livello di calore tanto elevato quanto utile ai fini del risultato.
Ognuno dei tre interpreti ha dato tantissimo. Con Camilla Filippi avevamo già lavorato in precedenza e, conoscendo molto bene la sua duttilità e attenzione alla scrittura, sapevo che non avrei potuto affidare un ruolo tanto complesso e “instabile” se non a un’interprete che come lei avrebbe dato tutto pur di affrontare con attenzione e coraggio un ruolo così caro alla mia intimità autoriale. Anche Edoardo Pesce, che interpreta il ruolo di Sandro, è un grandissimo talento. Con lui avevamo già lavorato su Il Cacciatore e oggi che è protagonista di Christian, non posso che sottolineare ancora di più quanto non soltanto sia un attore d’istinto
ma anche di grandissima intelligenza, attenzione di analisi e rapidità di riadattamento e personalizzazione.
Infine Guido Caprino è Giulio. Non avevamo mai lavorato assieme ma Guido è stato una scoperta incredibile.
È un attore unico nel suo genere, meticoloso fino al maniacale, attento e in continua ricerca. E la sua proposta di Giulio è andata oltre l’idea che mi ero fatto del personaggio che avevo scritto prima con Filippo Gili e poi con Francesco Agostini. Ha sconfinato oltre un disegno preciso divenendo, piano piano, un’entità indefinita e mostruosa intimamente fusa con le esigenze originarie dello script.
Spesso, durante le riprese, gli parlavo di Giulio come di Legione, il personaggio indemoniato che si presenta a Gesù nel nuovo testamento: «Gli diceva infatti [Gesù]: «Esci, spirito immondo, da quest'uomo!». E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione» gli rispose, «perché siamo in molti». Questo è il nostro Giulio, figlio mio e di Guido: un Bacon, ritratto informe dalle molteplici identità, riflesso futuro e spezzato delle azioni del presente di Stella e Sandro… so che sembra tutto assurdo ma guardate il film e capirete.