Stilema

titolo originale:

Stilema

cast:

fotografia:

Andrea Larosa

paese:

Italia

anno:

2021

formato:

colore

status:

In postproduzione (10/04/2021)

Daria è la giovane moglie, settentrionale, di un uomo anziano, uno scrittore-attivista di successo, Giorgio. I due vivono in Abruzzo, la regione natale di lui: la loro vita è una girandola di impegni, viaggi nelle zone più disperse della ragione (il film è anche l’esplorazione di stati umani quasi primitivi, processioni, esseri deformi, luoghi selvaggi e sublimi…), distrazioni, sesso – un sesso tutto particolare, più intellettuale che fisico – e una specie di amore. Nello stesso tempo, Daria ha relazioni con altri uomini, più giovani, e lui lo sa. Anzi: questi tradimenti, non segreti, sono una specie di gioco tra loro. Giorgio è come un maestro per Daria: un maestro di vita e di estetica, e la parola stilema è il simbolo del loro rapporto. Per Giorgio ogni cosa, anche piccola, e ogni minima parola, sono stilemi: tutto ha un significato, niente è casuale, tutto è costruito con grazia giapponese, ma anche con un po’ di maniacalità. Per Giorgio qualsiasi cosa ha un significato, ecco il punto. Giorgio è anziano, ma ancora carismatico ed ascoltato come intellettuale. Un giorno, lui e Daria vanno a L’Aquila, ancora ferita dal grande terremoto del 2009, piena di gru e puntelli, e quasi disabitata. Con una scusa, Giorgio fa allontanare Daria; quindi si uccide, da solo, con un colpo di pistola, in mezzo alla strada. Daria non ne sa nulla, ma è una decisione presa seriamente: Giorgio però voleva che la società e i media credessero ad un gesto di protesta, in realtà è malato. Giorgio diventa così un’icona contradditoria. A casa, lei trova un file audio sul computer di lui: è dedicato a lei, e lì Giorgio spiega tutta la verità, con freddezza – la morte volontaria è solo un altro dei suoi stilemi: il suo capolavoro. Daria è disperata, e nello stesso tempo si trova molto ricca e del tutto libera. Pubblicamente, fa la parte della vedova, e accredita la tesi del suicidio dimostrativo (come quello di Venner, l’intellettuale che si uccise a Notre Dame). Si sente anche tradita, perché lei ammetteva le sue relazioni, mentre Giorgio ha programmato per mesi lo stilema del suicidio e non gliene ha mai parlato. Lei è ancora sensibile alla teoria degli stilemi, della vita estetica e precisa, e comincia uno strano dialogo con Giorgio morto. Non si capisce se sia un’allucinazione: in realtà tutto parla di Giorgio, e sembra che Giorgio parli attraverso tutte le cose. Lui è invisibile, ma presente. Lui continua a fare un po’ il maestro, e le spiega che “essere vivi o essere morti è la stessa cosa”, come ha detto Pasolini. Giorgio – questa strana presenza – continua anche il gioco erotico, e anche quello ironico (qualcosa come “Ora ti lascio… prendo un thé con Shakespeare”). Daria si sente comunque obbligata alla parte dell’attivista pro-terremoti e pro-territorio. È quasi obbligata dalla presenza mentale di Giorgio, in realtà. Gira per il territorio, soprattutto nelle zone più martoriate, e cerca di essere come Giorgio. Ma non ne ha il carisma, né il curriculum. È una specie di bella statuina. E senza il marito – che era anche la guida, e apparteneva al territorio – lei non è trattata con rispetto. Tutt’altro: è un’estranea. In un paesino terremotato, Daria si lascia avvicinare da un uomo, ne sembra attratta, ma subisce uno stupro, umiliante e doloroso, nel quale lei invoca Giorgio, ma la sua voce non viene mai a confortarla. La voce arriva dopo lo stupro, quando lei è sola, e le ricorda che lo stilema deve essere completato. Daria decide di uccidersi. Sta per farlo, gettandosi da un dirupo. Ma proprio in quel momento torna la voce di Giorgio: la ferma, le ordina di no, e la scioglie dal legame. Lei crolla, piange, si rialza, va via: lascia l’Abruzzo, e per l’ultima volta Giorgio si fa sentire. La lascia libera, del tutto. Daria chiama suo padre: gli dice che è libera, che ha soldi e tempo. “Dove vogliamo andare? Offro io”. E ora è lei a parlare, guidando: un piccolo monologo di orgoglio e di dignità, una ribellione contro il delirio estetico e mortale di Giorgio.