Una modesta proposta (opera prima)

clicca sulle immagini per scaricare le foto in alta risoluzione

Una modesta proposta

Una modesta proposta

titolo originale:

Una modesta proposta

sceneggiatura:

fotografia:

Gabriele Tiddi

montaggio:

Pietro Maria Rusca

scenografia:

Federico Gatti, Lucio Serpagli, Marco Galluzzi

musica:

Marcello Giordani

produzione:

paese:

Italia

anno:

2026

durata:

83'

formato:

16mm/DCP - colore

aspect ratio:

4:3

status:

In postproduzione (25/07/2025)


Claudio è un artista concettuale di fama internazionale, noto per opere radicali e provocatorie che hanno sempre messo in discussione il confine tra arte, corpo e rappresentazione. Per realizzare quella che considera la sua opera definitiva, Claudio sceglie di scomparire dal mondo insieme ad Anna, la sua compagna e l’unica persona a conoscenza del progetto: l'artista ha deciso di smettere di mangiare fino a lasciarsi morire, trasformando il proprio lento annientamento nell’opera definitiva.
Per realizzare il progetto si ritira insieme ad Anna in una casa isolata lontano da tutto. Lei sarà l’unica presenza costante, la sola testimone del processo, incaricata di documentare ogni fase della performance. Ogni giorno viene filmato, catalogato e archiviato come materiale destinato a un futuro documentario che dovrà raccontare l’opera nella sua interezza, senza omissioni né interventi esterni.
Con il passare del tempo, però, il rigore concettuale del progetto inizia lentamente a incrinarsi. Il corpo di Claudio si indebolisce, la lucidità vacilla, e ciò che inizialmente appariva come un gesto artistico controllato assume contorni sempre più ambigui e disturbanti. Le regole della performance cambiano impercettibilmente, ridefinite giorno dopo giorno dalla necessità, dalla paura e dall’ossessione di portare l’opera fino alle sue estreme conseguenze.
Anna, inizialmente semplice osservatrice, si ritrova progressivamente intrappolata in un ruolo sempre più centrale. Custode dell’archivio, presenza indispensabile e unica interlocutrice di Claudio, finisce per diventare parte integrante della performance stessa. Quello che sembrava un atto d’amore e devozione si trasforma lentamente in una forma di complicità inquieta, in cui il confine tra sostegno, manipolazione e responsabilità morale diventa sempre più difficile da distinguere.
Quando Claudio inizia a mostrare segni di esitazione e il desiderio di interrompere la performance emerge, fermarsi non è più una scelta semplice. L’opera ha ormai acquisito una forza autonoma, superiore persino alla volontà del suo autore. Intrappolati in un meccanismo che loro stessi hanno creato, Claudio e Anna vedono il loro rapporto trasformarsi in una silenziosa lotta per il controllo, la colpa e il potere delle immagini, mentre la performance continua a divorare ogni cosa intorno a loro.

NOTE DI REGIA:
Viviamo in un’epoca in cui l’esperienza sembra non compiersi davvero finché non viene registrata. Le immagini non servono più soltanto a custodire la realtà: finiscono per sostituirla, consumarla, ridefinirla.
Claudio porta questa logica fino alla sua conseguenza più estrema. Decide di scomparire davanti a una videocamera, trasformando il proprio corpo in materia, durata, esposizione. Ma ciò che mi interessava non era la provocazione del gesto in sé, bensì il momento in cui il controllo inizia lentamente a incrinarsi.
Una performance può nascere come un atto assoluto di volontà, ma nel momento in cui diventa immagine smette di appartenere completamente a chi l’ha concepita. La presenza della macchina da presa altera il peso di ogni scelta, modifica il rapporto con il tempo, con il corpo, con il dolore stesso. Guardare non è più un gesto neutrale: diventa una forma di partecipazione.
All’interno della casa, il tempo perde progressivamente consistenza. Lo spazio si trasforma in un luogo sospeso, dove convivono intimità, rituale ed esposizione. La macchina da presa osserva con distanza e discrezione mentre il corpo di Claudio si consuma lentamente. Mi interessava abitare quella tensione senza offrirle un giudizio morale, lasciando che fossero le immagini, i silenzi e i corpi a generare il conflitto.
Il film nasce da una contraddizione che attraversa ogni scena: da una parte l’immagine, che tenta disperatamente di trattenere e rendere eterno; dall’altra il corpo, destinato inevitabilmente a scomparire. In mezzo, il rapporto tra Claudio e Anna si trasforma lentamente, assumendo contorni sempre più ambigui, dove amore, responsabilità e controllo finiscono per confondersi.
Volevo che il film restasse intrappolato in questa incertezza, senza mai trovare una posizione definitiva. In quello spazio fragile e irrisolto che separa la devozione dal possesso, il testimoniare dall’intervenire, il desiderio di salvare qualcuno dalla necessità di portare fino in fondo l’immagine che si è creata.