Corpus et Vulnus

titolo originale:

Corpus et Vulnus

scenografia:

paese:

Italia

anno:

2024

durata:

40'

formato:

colore

aspect ratio:

16:9

status:

Pronto (30/09/2024)

premi e festival:

  • Festival del Tempo 2026: in Competition

Questo film sperimentale di 40 minuti entra nel nucleo operativo di iosonovulnerabile. Non lo rappresenta. Ci sta dentro. Non c’è una sequenza. C’è un campo. Un flusso continuo di immagini macro in cui la scala cede e la materia diventa paesaggio. Le superfici si aprono. Si ispessiscono. Cedono. Nulla resta fermo abbastanza a lungo da essere nominato. Le opere reagiscono. Assorbono. Registrano. Si modificano. Sono “Organismi Artistico-Comunicanti”. Luce, umidità, tempo, contatto: non fanno da sfondo. Intervengono. Incidono. Spostano gli equilibri. L’opera non è un risultato. È un processo esposto. Un corpo sotto pressione. La camera non osserva. Entra. Sta addosso alle cose fino a farle sentire. Il dettaglio non descrive: compromette. Quello che appare non è forma compiuta, ma formazione. Non immagine, ma emergenza.
Nel tempo del film qualcosa si accumula. Una tensione che non si risolve: tra controllo e perdita, struttura ed erosione, presenza e sparizione. Gli organismi provano a stabilizzarsi e subito scivolano via. Qui la vulnerabilità non è un tema. È una condizione che accade. Nella materia. Nel tempo. Senza ritorno.
Il film sperimentale sposta lo sguardo. Non più arte come oggetto, ma come sistema vivente. E lo spettatore non resta fuori: è implicato. Deve avvicinarsi. E stare dentro a ciò che continua a diventare.

NOTE DI REGIA:
Corpus et Vulnus nasce da una necessità: togliere l’opera dalla distanza e portarla in una condizione di contatto. Non filmare l’arte, ma entrare in un sistema che reagisce, che cambia stato mentre lo si attraversa. La scelta del macro non è estetica. È una presa di posizione. Riduce il margine di sicurezza dello sguardo, elimina la visione d’insieme e costringe a stare dentro la materia. A quella distanza, ogni superficie diventa instabile, ogni dettaglio è già trasformazione.
Il film rifiuta una struttura narrativa tradizionale. Non costruisce una progressione per spiegare, ma lascia che sia il tempo-reale, continuo, a incidere sulle immagini. Il montaggio non organizza: espone. Tiene aperte le variazioni, le micro-mutazioni, le derive.
Gli “Organismi Artistico-Comunicanti” non sono metafore. Sono dispositivi reali, sensibili alle condizioni ambientali. Luce, umidità, temperatura, contatto umano: ogni variazione modifica il loro comportamento. Il film non documenta questo processo: ne è parte. La presenza della camera è già un intervento. Il suono lavora nello stesso senso. Non accompagna, non commenta. Registra attriti, densità, interruzioni. Costruisce una soglia percettiva che avvicina lo spettatore fino a farlo entrare in un regime quasi tattile.
La vulnerabilità non viene tematizzata. Non è dichiarata. È qualcosa che accade quando un sistema non può più mantenere il proprio equilibrio iniziale. Quando si espone, quando assorbe, quando si lascia modificare. Questo film prova a stare in quel punto: dove la forma non è ancora stabilizzata e non può più tornare indietro.