La clessidra umana

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La clessidra umana

La clessidra umana

titolo originale:

La clessidra umana

regia di:

sceneggiatura:

fotografia:

scenografia:

costumi:

Elisa Carpiceci

produzione:

paese:

Italia

anno:

2025

durata:

15'03"

formato:

colore

status:

Pronto (10/02/2025)

premi e festival:

  • Dorico International Film Fest 2025: Fuori Concorso Territori
  • Capri, Hollywood - The International Film Festival 2025

Una lunga notte in un ospedale psichiatrico, nel 1962. Un patto forzato tra un infermiere e un internato, in cui quest’ultimo è costretto a sottostare a delle pratiche disumane.
La Clessidra Umana è un affresco minimale sul tempo sospeso, sulla solitudine condivisa, e sulla possibilità di sopravvivere all’alienazione attraverso una piccola rivoluzione: prendersi cura degli altri.

NOTE DI REGIA:
È difficile per me spiegare come questo argomento abbia fatto breccia nei miei pensieri e mi abbia spinto a raccontare questa storia. C’è da dire che sono cresciuto in un contesto piccolo, di provincia, con una mamma e una nonna che lavoravano in una comunità di recupero per persone con disabilità mentali. Ed è all’interno di quel contesto che io mi sono trovato a contatto, nell’infanzia, con molti anziani che avevano passato la loro intera vita nei manicomi e che all’epoca, negli anni novanta, vivevano una condizione completamente diversa, o almeno così la ricordano i miei occhi di bambino. Avevano finalmente la possibilità di vivere in un contesto sociale. Abituati ad essere esclusi dal mondo civile, lì finalmente vi potevano partecipare attivamente, e li ricordo felici, dolci e, soprattutto, sereni. Non credo che sia andata così per tutti gli ex internati degli ospedali psichiatrici di tutta Italia, e non credo sia così per tutti ancora oggi, credo anche che i malati mentali pericolosi per sé stessi e per gli altri esistano e che non debbano essere lasciati soli.
Ugo, il protagonista di questa storia, è proprio uno di quegli anziani che ho conosciuto da bambino e di cui mi sono fatto raccontare la storia da tutte le persone che gli erano state vicine e che erano a conoscenza del suo passato da internato. Io ho solo un ricordo, vivido, di un anziano ricurvo su sé stesso, i gomiti al petto e i pugni chiusi sotto il mento come a simulare una camicia di forza, che improvvisamente alza la testa e dice sorridendo ad un inserviente: “puffetè, me dai na sigherettuccia?”.
La clessidra umana è un estratto, figlio di un progetto più ampio di lungometraggio dal titolo, per l’appunto, Ugo, in cui vengono raccontati cinquant’anni di vita di un internato costretto a passare, nel corso degli anni, attraverso tutte le istituzioni manicomiali italiane.
Nello specifico, la storia de La clessidra umana avviene prima dell’avvento della legge 180 del 1978 (comunemente conosciuta come “legge Basaglia”) e racconta un procedimento realmente utilizzato dagli infermieri notturni di un ospedale psichiatrico, nei primi anni sessanta, raccontato dallo stesso Franco Basaglia in “L’istituzione negata”.
Ugo, il protagonista della nostra storia, si trova costretto a sottostare a una tortura velata da parte di un infermiere. Un impari do ut des nel quale il malato è costretto a restare sveglio tutta la notte in cambio dell’unica moneta consentita all’interno di quelle mura, il tabacco. Ogni notte Ugo separa accuratamente il tabacco dalle briciole di pane, procedimento della durata esatta e calcolata di trenta minuti, per poi al termine dell’operazione svegliare l’infermiere che nel frattempo riposava invece di svolgere il suo lavoro. Tutto questo perché il cartellino dell’infermiere deve essere timbrato ogni trenta minuti, a testimonianza della sua presenza e vigilanza. In cambio, il malato riceve come unica ricompensa, se così la possiamo definire, il tabacco che lui stesso ha diviso. Ugo è, dunque, una clessidra umana. Ma cosa succede quando uno strumento di tortura come questo incontra la fanciullezza e l’ingenuità di un’anima pura come quella di Ugo? Succede che la tortura acquisisce un significato meno macabro e più umano, diviene gioco e, quindi, amore. La mente e gli occhi di Ugo riescono a percepire solo il buono di questo mondo, in questo caso: tante sigarette da regalare ai suoi compagni internati e renderli felici, anche solo il tempo di una sigaretta.
D’altronde, è facile essere felici quando non ce n’è alcun motivo.