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giovedì 22 agosto 2019

ULTIMO STADIO (opera prima)

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ULTIMO STADIO

ULTIMO STADIO

ULTIMO STADIO

titolo originale:

ULTIMO STADIO

sceneggiatura:

montaggio:

scenografia:

presentato da:

Gianfranco Piccioli

produzione:

Hera International Film, con il contributo del MiBAC

paese:

Italia

anno:

2001

durata:

96'

formato:

colore

uscito in sala:

10/05/2002

premi e festival:

Roma, 31 maggio 2001, Stadio Olimpico, finale della coppa campioni: lei ci è stata costretta, lui non poteva fare in altro modo, uno viene riconosciuto, l’altro fugge e senza l’ultimo non si può andare avanti.
Una partita di calcio unisce uomini che non hanno nulla a che vedere tra di loro, lo stadio diventa moderno teatro greco dove cinque drammi si sfiorano per caso ed appassiscono nello spazio di pochi minuti.
Ultimo stadio è la storia dei cattivi, dei brutti, dei perdenti, degli inutili e degli stolti.
Simone, dieci anni ed il compito di realizzare i sogni di un padre fallito, preferirebbe non dover morire. Alice, sedici anni, una bella casa, una famiglia piuttosto divertente e tutto a portata di mano sta per giocare col fuoco.
Gabriele, venticinque anni e cento milioni sempre a disposizione, un fanatico religioso per padre, un’alcolista per madre, ha finito di raccontare bugie.
Pietro, trent’anni, la mediocrità per compagna, è depresso da troppo tempo. Lo stimatissimo arbitro Achille Toscani, quarant’anni, al funerale della madre è stato abbandonato dalla fedifraga moglie.
Tanti uomini, tante donne, tante età. Ognuno cerca un piccolo angolo di mondo dove essere lasciato in pace, la sua piccola fetta di felicità, briciole d’amore, qualcuno di cui fidarsi almeno un po’. Ma in questa favola il principe azzurro sbaglia strada e la fanciulla innocente dorme per il resto dei suoi giorni mentre matrigne cattive, lupi mannari e orchi cannibali ridacchiano felici alle loro spalle. All’ultimo stadio si ride sì, ma con una nota amara.
Si ride delle disgrazie, della fatica e della follia. E la risata è tanto più bella, tanto più forte quanto è più grande l’avversità. Perché l’essere umano che vogliamo raccontare è quello che vediamo tutti giorni per strada e non sta affatto bene. Eppure alla fine trova, lui come noi, un piccolo motivo per andare avanti, una fessura in cui intrufolarsi ed attendere che la bufera cessi. Un ultimo stadio da cui risorgere.