SARA MAY (opera prima)

Don Nanè non era un tipo qualunque, sognava da sveglio.
Pensava di avere la voce di Caruso, lo sguardo di Jean Gabin e il portamento di un torero. Si credeva un poeta, ma non sapeva nè leggere nè scrivere.
Il suo destino era segnato da generazioni: la stessa faccia, la stessa casa, gli stessi campi, ereditati dal padre, e prima ancora dal nonno. Ettari di terreno, nessuna possibilità in più... Una vita scandita da semine e raccolti, con le scarpe nella terra e la testa tra le nuvole. Ma lui credeva al destino, nella buona sorte e, ancora di più, nella mala sorte. Per questo attaccava alla sua porta degli amuleti appuntiti che facevano sorridere il paese. Un solo evento straordinario capitatogli nel luglio del '43. Aveva accolto in casa una bambina. Celeste. Come la Celeste Aida cantata da Beniamino Gigli. L’aveva travata Gino, suo figlio, sotto un paracadute americano abbandonato fra le dune di una spiaggia. Quella bambina diventò grande nella casa di Nané, ascoltando le note di Verdi e il rumore del pedale della macchina da cucire di Giovanna, la figlia più piccola, sempre curva a cucire nuovi travestimenti per il papà. A Trisina, la moglie, quelle mascherate da anni non la divertivano più, aveva altri pensieri… sistemare i figli. E per Dora, la più bella sognava una vita da romanzo. Sara oggi ha trent’anni. E’ un’attrice di successo con l’agenda piena di appuntamenti e di gente che vorrebbe esserle amica; ma è stufa, questa non è la sua vita. E’ stato solo il caso a condurla qui: in un teatro di posa, a riscuotere il debito col destino contratto da Nané. Adesso tutto le pare compiuto. Sta girando oggi l’ultima scena di quello che, ha deciso, deve essere il suo ultimo film.